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31 maggio 2018 • 17:30 • Scritto da Lorenzo Pedrazzi

Tredici – L’America guarda in faccia i suoi spettri nella stagione 2

Nonostante gli interventi di retro-continuity siano abbastanza traumatici, i nuovi episodi di Tredici valorizzano la complessità dei temi trattati, confutando la retorica della "vittima ideale".
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Accolta con diffidenza fin dall’annuncio, la seconda stagione di Tredici porta il peso di una colpa che riecheggia lungo tutto il suo arco narrativo, e che risulta ben difficile da scontare: quella di aver smentito la compiutezza della prima stagione, il cui racconto – come nel romanzo di Jay Asher – era palesemente autoconclusivo. È questo il principale rimprovero che viene mosso a Netflix e allo showrunner Brian Yorkey, ma la faccenda è ovviamente più complessa di così, soprattutto se consideriamo il risultato finale.

Ora che conosciamo le 13 ragioni dietro al suicidio di Hannah Baker (Katherine Langford), non resta che concentrarsi sulle conseguenze del suo gesto, scoprendone le ramificazioni tra i suoi compagni di scuola, i suoi genitori e l’intero corpus sociale di cui fanno parte. Com’era prevedibile, l’ossatura della seconda stagione è costituita dal processo contro il liceo Liberty High, reo di aver ignorato i problemi di Hannah e di molte altre vittime di bullismo, molestie e aggressioni sessuali: a scandire ogni episodio non ci sono più i famigerati nastri, bensì le testimonianze dei personaggi davanti alla giuria, che innescano i flashback sul loro rapporto con Hannah. La stagione, inoltre, è punteggiata da varie polaroid che Clay Jensen (Dylan Minnette) trova nel suo armadietto, e che ritraggono gli atleti della scuola mentre violentano alcune ragazze prive di conoscenza. Lo stupro è quindi un’abitudine presso il Liberty High, come sa bene la stessa Jessica (Alisha Boe), una delle studentesse violentate da Bryce Walker (Justin Prentice). Le spalle coperte dalla sua ricca famiglia, Bryce è ancora il re del liceo, e frequenta l’apparentemente ingenua Chlöe (Anne Winters), capitana delle cheerleader. Clay ha invece una relazione con Skye (Sosie Bacon), ragazza che soffre di disturbo bipolare, ma che lo spinge verso nuove esperienze; lui, però, comincia a vedere Hannah dappertutto, e Skye lo sente distante. Intanto, Alex (Miles Hezier) sta recuperando dal suo tentativo di suicidio, aiutato da Jessica, Zack e Tyler (Devin Druid). Quest’ultimo è guardato con sospetto da tutta la scuola, ma trova inaspettatamente un amico in Cyrus (Bryce Cass), punk che sogna di abbattere il “sistema” in difesa degli oppressi. Così, mentre i genitori di Hannah cercano di ottenere giustizia per la figlia, nel sottobosco adolescenziale di Crestmont germina una battaglia per incastrare Bryce e gli altri stupratori, con Clay, Jessica, Alex, Sheri (Ajiona Alexus), Tony (Christian Navarro) e Justin (Brandon Flynn) in prima linea. Ognuno di loro, però, deve anche affrontare i suoi conflitti personali, tra rancori e sensi di colpa.

Davanti al compito di espandere una narrazione chiusa, Yorkey e la sua squadra fanno ricorso alla retro-continuity per arricchire la storia di Hannah, giustificando le testimonianze dei suoi amici e parenti con nuovi particolari e sfumature inedite. La radicalità di questi interventi rischia però di danneggiare gli equilibri narrativi (nonché psico-emotivi) della prima stagione, con effetti abbastanza traumatici: la scoperta della relazione sessuale tra Hannah e Zack, ad esempio, appare come una forzatura eccessiva nella continuity della serie, e cambia in maniera determinante il rapporto della ragazza con la sfera carnale (di importanza basilare se pensiamo alla costruzione del dramma nella prima stagione, dove ogni approccio sessuale era sporcato dall’imposizione, dalla violenza, dal disagio o dal senso di colpa). Alcuni dettagli aggiuntivi sono semplicemente superflui, altri finiscono invece per alterare la nostra percezione dei protagonisti, influenzando al contempo le loro reazioni nel presente della vicenda. Clay, in primo luogo, esce distrutto da alcune rivelazioni su Hannah, sentendosi tradito nel suo amore per lei e nella rappresentazione idealizzata che si era fatto, di cui però è l’unico responsabile. Ciò che ne risulta, per quanto dannoso sulla continuity della serie, è un ritratto più sfaccettato della ragazza: contro ogni idealizzazione, Hannah viene mostrata nella sua verità oggettiva (?), tumultuosa e contraddittoria come ogni essere umano. In un’epoca che tende a proiettare sulle vittime una luce di compatimento paternalista, o a incolparle per responsabilità inesistenti, Tredici denuncia la retorica della “vittima ideale”, affermando la natura multiforme della realtà e dei suoi drammi. Nemmeno Hannah è una “vittima ideale”, perché questa figura non esiste, è frutto della stessa mentalità sessista che tende ancora ad “angelicare” il genere femminile, piuttosto che riconoscerne la complessità, le rivendicazioni, le esigenze, il corpo in tutte le sue declinazioni.

Questa seconda stagione verte proprio sul riconoscimento di Hannah nella sua vera natura, superando tutte le fantasie che gli amici, i parenti e gli eventuali amanti hanno proiettato su di lei. È anche la stagione in cui finalmente Clay e gli altri personaggi riescono a elaborare il lutto della sua morte, per lungo tempo rimandato a causa di presenze fin troppo familiari (la casa, il negozio, i vestiti, che sono per la madre di Hannah un memento costante) e di allucinazioni talmente vivide da sembrare reali: Clay “vede” l’amica e parla con lei, ma in realtà è un monologo interiore dove il tormentato adolescente si confronta sia con le sue frustrazioni sia con la terribile consapevolezza di non poterla rivedere mai più. L’espediente è scontato, eppure funziona, poiché espone i ragionamenti di Clay senza dichiararli in modo esplicito. L’impatto è chiaramente diverso rispetto all’anno scorso, meno travolgente: superato lo scoglio dei primi due episodi – in cui la trama sembra un’inutile complicazione delle vicende precedenti – l’intreccio diventa più chiaro, e ci si riscopre coinvolti nelle vite di questi giovani incompresi. A convincere di meno è la girandola di indizi e minacce che attraversa tutta la stagione, francamente goffa e un po’ confusa nel suo tentativo di imitare i tópoi del genere thriller. In compenso, lo show entra ancor più lucidamente nel dibattito contemporaneo, evocando i temi più caldi dell’America odierna – dall’ossessione per le armi allo slut-shaming, dalle molestie alle disuguaglianze sociali – senza alcuna gratuità, ma ritraendoli come una piaga endemica con cui si è obbligati a convivere. La cittadina fittizia di Crestmont, in tal senso, diviene la sintesi di tutti i piccoli centri della provincia statunitense, dove la competizione sociale (ma anche sportiva, romantica, economica) viene costantemente stimolata dall’alto, soprattutto fra i giovani.

Ancora una volta, insomma, Tredici racconta il fallimento del pragmatismo americano di fronte al caos dell’adolescenza, realtà magmatica e tumultuosa che – nonostante le patetiche illusioni degli adulti – resta immune da qualunque psicofarmaco o programma di recupero, come dimostra l’evoluzione di Tyler nel finale della stagione: per quanto si cerchi di coltivare la solidarietà e la fratellanza, c’è sempre qualcuno che rimane indietro, da solo. L’epilogo apertissimo sembra allargare gli orizzonti della serie ben oltre la vicenda di Hannah Baker, consolidando l’idea di un microcosmo adolescenziale che deve risolvere ogni problema al suo interno, senza bisogno di ricorrere agli adulti (spesso inetti, o quantomeno incapaci di riconoscere la complessità del fenomeno). Così facendo, Yorkey e la sua squadra non si limitano a guardare in faccia gli spettri dell’America, ma cercano anche di esorcizzarli, di proporre delle soluzioni: non esistono mostri, ma solo esseri umani che soffrono.

Voto: ★★★ 1/2

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