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24 agosto 2017 • 12:00 • Scritto da Redazione SW

APPUNTI PER UNA STORIA DI GUERRA: o di come Nolan, salvando gli inglesi, ha salvato il cinema moderno

Roberto Recchioni ci parla di Dunkirk, il primo, vero, capolavoro assoluto di Christopher Nolan...
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Di Roberto Recchioni

Troppe sono le cose da dire su Dunkirk, il primo, vero, capolavoro assoluto di Christopher Nolan. Troppi gli spunti di riflessione. Troppi i collegamenti.
 Inutile anche provarci a fare un discorso coeso e coerente, a meno che non si voglia scrivere un saggio. Ho deciso quindi di stilare una serie di appunti e riflessioni varie.

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Appunto N.1: la Storia e le storie.


Da una parte c’è la Storia con la “S” maiuscola. Quella diventata ormai leggenda, che racconta di come il grosso dell’esercito inglese, incalzato sulle spiagge francesi di Dunkerque dall’avanzata inarrestabile dei nazisti, sia stato salvato anche grazie all’ausilio di una flotta abborracciata di barche private, guidate da eroici cittadini britannici. E poi la storia reale, che racconta di come ci sia stato ben poco di nobile o eroico nella scombinata fuga delle truppe inglesi, con i soldati francesi e indiani lasciati indietro a coprire la ritirata (e quindi, a morire o a venire catturati) e di come, “il miracolo di Dunquerque” sia stato possibile non tanto grazie all’eroismo di un numero tutto sommato irrisorio di piccoli natanti civili, quanto all’inspiegabile tentennamento delle forze dell’Asse che, a un passo da una schiacciante vittoria, vennero costrette ad arrestarsi per ordine diretto dello stesso Führer (che pare che volesse risparmiare i suoi panzer per battaglie più importanti, non capendo che, conquistata la spiaggia di Dunkerque e messo in ginocchio l’esercito britannico, la guerra sarebbe stata praticamente vinta).
E dall’altra parte ci sono le piccole storie di umana disperazione ed eroismo che Christopher Nolan ha deciso di raccontare in questo scenario, attraverso uno script minimale di appena settantasei pagine (per un film di centoventi minuti) tutto votato al racconto per immagini e azioni, per non scadere nel “solito teatrino di personaggi che spiegano al pubblico perché dovrebbe affezionarsi a loro”.

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Appunto N.2: Robert McKee deve morire

Il saggio Story di Robert McKee ha assunto negli anni lo statuto di una specie di bibbia per gli sceneggiatori cinematografici, specie hollywoodiani. Nel suo testo seminale, Mckee definisce una specie di “formula perfetta” per la creazione di una storia in tre atti, teorizzando ampiamente sulla necessità di una backstory forte per i personaggi principali e di come questi devono avere un loro arco narrativo caratterizzato dal loro personale fatal flaw, un “difetto fatale” del carattere che nella storia dovranno affrontare e vincere (o soccombere ad esso), per essere davvero compiuti. Applicando tutti i precetti di McKee, si ottiene quantomeno una storia funzionale e perfettamente comprensibile anche per il pubblico più disattento o privo degli strumenti di decodifica necessari per capire le immagini, quando non supportate da didascaliche spiegazioni. Già Charlie Kaufman e Spike Jonze avevano, con il meraviglioso Ladro di Orchidee, messo in luce tutti i pericoli (ma anche i punti di forza) della cieca applicazione del metodo McKee. Con Dunkirk, Christopher Nolan si spinge oltre, non limitandosi a spiegare perché tale approccio è limitante per il linguaggio cinematografico ma mostrando, a schermo, come si può fare largamente a meno di tutti quegli elementi ritenuti “indispensabili” nella narratologia moderna, e dare vita, comunque, a un capolavoro perfettamente fruibile da chiunque. Tranne per una eccezione, i personaggi di Dunkirk non hanno alcuna backstory. O, almeno, non ci viene raccontata. Li vediamo per quelli che sono nel loro momento presente, li conosciamo per quello che gli vediamo fare sullo schermo. Non si spiegano. Non si raccontano. Il loro fatal flaw è messo in scena, spesso raccontato da un solo sguardo. Il loro arco narrativo è racchiuso in una manciata di azioni. E tutto il resto del film segue questa logica con un numero limitatissimo di dialoghi, utili a passare le informazioni strettamente necessarie, e tutto il resto affidato a quanto mostrato.
Il cinema come dovrebbe essere sempre: cinema. Non romanzi letti ad alta voce.

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Appunto N.3: anche il digitale deve morire

Girato alla vecchia maniera, su pellicola 35/70 mm solo successivamente scansionata in 4K.
Minimi gli interventi digitali di FX e post-produzione. Il film ha un corpo, una nitidezza e una concretezza d’altri tempi. Nolan non ritocca l’immagine al computer nemmeno dove sarebbe stato utile e necessario (alcuni palazzi sul fondo della spiaggia sono palesemente costruzioni moderne, di gran lunga successive alla Seconda Guerra Mondiale). Gli arei sono veri aerei, le navi vere navi, vero è l’azzurro del cielo, il blu del mare e il grigio della sabbia. Persino la trama della stoffa dei cappotti sembra più autentica. Il merito di tutto questo va alla straordinaria visione di Nolan ma anche, e soprattutto, a quell’occhio sopraffino di Hoyte Van Hoytema, forse il miglior direttore della fotografia al momento in attività (se non ci credete, cercate il suo nome su Google e guardate cosa ha girato). Se serviva una prova certa per dimostrare che la realtà è più forte di qualsiasi soluzione digitale (per quanto avanzata), quella prova è Dunkirk.

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Appunto N. 4: Tom Hardy

L’intero cast di Dunkirk è straordinario. Ma Tom Hardy è di più.
Nolan gli chiede (nuovamente) di indossare una maschera all’inizio del film e di tenerla per tutta la sua durata. Pronuncia, in totale, meno di trenta parole. È costretto nella stretta cabina di un caccia da combattimento Spitfire che gli impedisce quasi ogni movimento del corpo. Recita solo con gli occhi, le sopracciglia, e le mani. E se non gli daranno un Oscar sarà un delitto. Il suo personaggio, di cui conosciamo solo il cognome (Farrier) rivaleggia solo con il Capitano Virgil Hilts (non a caso, un pilota della Raf) de La Grande Fuga, interpretato da Steve McQueen. E Hardy è, di fatto, il nuovo “King of Cool”. Il suo attimo di titubanza nel momento di decidere cosa fare, se continuare l’inseguimento nonostante il poco carburante rimasto o tornare indietro, vale pagine e pagine e pagine di noiose e posticce backstory.

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Appunto N.5: Hans Zimmer

Se devi fare un film epico, chiami Hans Zimmer, punto.
 Ma se devi fare un film che è epico in una maniera del tutto diversa? Un film che, nel suo girato, riesce a contenere tanto gli orrori della guerra quanto attimi di assoluta pace e bellezza? Una pellicola che ha un approccio quasi documentaristico alla narrazione ma che, allo stesso tempo, non nasconde per nulla una fortissima esistenzialità?. Che gestisce la tensione in tre flussi narrativi asincroni, seguendo le vicende di tre gruppi di personaggi ben distinti? Allora, in quel caso, chi chiami? Sempre Hans Zimmer. Perché lui capisce tutto. Se Hoyte Van Hoytema è la luce di Dio nel film, Hans Zimmer è la sua voce. Forse il migliore score che il compositore tedesco abbia mai composto. Quello più misurato. Quello più profondo. Una musica che è illuminazione.

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Appunto N. 6: negare la lezione di Salvate il Soldato Ryan

I primi venticinque minuti del capolavoro di Steven Spielberg hanno cambiato il modo di girare le scene di guerra di massa per sempre. C’è un prima e un dopo quei venticinque minuti. Tutto quello che c’è prima, sembra provenire da un modo di intendere la guerra idealizzato. Tutto quello che c’è dopo, è emulazione (più o meno riuscita) di quei venticinque minuti. Finora. Perché Nolan ha deciso di ignorare la lezione spielberghiana e stilizzare la guerra a modo suo. Non c’è praticamente una goccia di sangue in Dunkirk. Non una gamba maciullata dalle esplosioni. Non si vede nessun soldato che corre tenendosi le budella o che si contorce arso vivo. Quando qualcuno viene colpito, si accascia e muore. Quando cadono le bombe, c’è un gran polverone e poi si vedono i corpi riversi a terra dei soldati morti, tutti integri, come addormentati. Come in un film di John Ford. Un film che insegue l’assoluto naturalismo per tutto quello che concerne uomini, scenari e mezzi, solo gli effetti della violenza sono trattati con una stilizzazione estrema, quasi teatrale, assolutamente non realistica. Una scelta ardita, quasi eversiva, che però ha una ragione precisa: Dunkirk non è un film di guerra che si pone come obiettivo quello di raccontarci gli orrori del conflitto e darci, in questa maniera, una qualche sorta di lezione morale. Dunkirk è un film sulla speranza. È un film di luce dove gli altri, anche i capolavori, sono film di tenebre. Non c’è spazio per l’insistito sguardo su un corpo martoriato. Meglio una lunga ripresa sul mare, piuttosto.

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Appunto N. 7: il Tempo

Sin dall’inizio della sua carriera, Christopher Nolan è ossessionato dal tempo. Lo inverte in Memento, lo dilata in Insomnia, lo inganna in The Prestige, lo fraziona, in Inception, lo moltiplica, in Interstellar. In Dunkirk lo scinde in meccanismi separati che, come le ruote di un orologio, agiscono in maniera asincrona ma collaborano a creare, tutte assieme, un movimento unico di rara precisione ed eleganza. Una Grande Complicazione, la definirebbero le più nobili case dei segnatempo svizzeri. Un gioiello, diciamo noi.

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Appunto N.8: il confronto con i maestri

La parola “capolavoro” si usa troppo spesso. Il perché è presto detto: di capolavori veri ne escono pochi. Possono passare anche decenni prima che una nuova opera di grandezza assoluta veda la luce. Per questo, per credere di vivere in tempi culturalmente interessanti, tendiamo a sopravalutare opere magari belle, ma non imprescindibili. Dunkirk è un capolavoro. Un film realizzato con una potentissima visione, una perizia tecnica e artistica infinita e, soprattutto, senza fare alcuna concessione o accettare alcun compromesso con le logiche produttive o di mercato. È un film come ne sono stati fatti pochissimi nella storia del cinema e che, da solo, basta a porre il suo regista accanto a giganti come Kubrick, Lang, Chaplin, Welles, Wilder, Ford, Hitchcock, Bergman, Truffaut, Melville, Godard, Miller, Scorsese, Coppola, Spielberg e altri. Pochi altri.

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Appunto 9: la sala

Certo, ne comprerò il blu-ray 4k. E certo, lo vedrò sul televisore ad alta definizione più grande possibile. Potrei spingermi persino a comprare un videoproiettore di qualità solo per lui.
Ma questo film va visto al cinema. Nella miglior sala che possiate trovare. Con lo schermo più vasto. E il sonoro più ricercato. Un IMAX, se possibile, per godere appieno delle scene girate espressamente per quel formato. Questo è un film che ci ricorda che il cinema è una cosa enorme, più larga della vita stessa. Va celebrato nella migliore maniera possibile.

Appunto 10: rivederlo fino alla nausea

Sono alla terza visione. Arriverò presto alla quinta. E continuerò a contare per un bel pezzo.

Illustrazione esclusiva per ScreenWEEK di Roberto Recchioni

Dunkirk Illustrazione esclusiva per ScreenWEEK di Roberto Recchioni

Dunkirk arriverà nelle sale italiane il 31 agosto. Il cast comprende grandi nomi come Tom Hardy, Kenneth Branagh, Cillian Murphy e il premio Oscar Mark Rylance. Con loro anche Harry Styles, cantautore britannico ed ex membro degli One Direction, anche lui nel cast. Per maggiori informazioni vi invitiamo a visitare la Pagina Facebook Ufficiale e la scheda del film sul Sito Warner Bros. #DunkirkIT‬

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